Continuo a pensare alla storia dell'uomo che si è suicidato
chiudendosi dall'interno in una cassa di legno. Non aveva ancora
50 anni, quasi certamente celibe, il giornale dice che l'unica parente
conosciuta era una vecchia zia che abitava nello stesso stabile.
Ci sono dei particolari, in questa storia, che mi fanno rabbrividire.
Sempre secondo l'articolo l'uomo aveva portato con sè dentro la cassa alcuni oggetti: dell'acqua minerale con un bicchiere, uno sgabello, una torcia elettrica e del succo di frutta.
La storia sarebbe già di per se agghiacciante solo per il fatto di chiudersi,
lucidamente, dentro una cassa di legno aspettando di morire. Perchè, con tutti
i modi di morire relativamente rapidi e indolore, mi chiedo, scegliere un'agonia,
uno stillicidio così lento e inesorabile? Quale genere di dolore, di insormontabile
sconfitta, può portare a un gesto del genere?
E poi perchè il succo di frutta? Se si fosse trattato solo di placare il bisogno di
uscire dalla cassa di legno per bere, sarebbe bastata l'acqua minerale. Invece c'è
questo particolare del succo di frutta. E' come una nota stonata. Ti stai suicidando,
ciònonostante porti con te qualcosa di dolce come il succo di frutta. Perchè?
Seduto su uno sgabello, con la sola luce di una torcia elettrica, ad aspettare il
sopraggiungere della morte. Sorseggiando succo di frutta. Non so. Non ha nessun senso per me.
La cassa è stata trovata nel box di casa, assieme all'auto dell'uomo. Ne deduco che la morte è avvenuta per avvelenamento da monossido di carbonio. Avrebbe potuto fare a meno dello sgabello e aspettare in piedi di perdere i sensi o sedersi sul fondo della cassa. Invece no, ha portato dentro uno sgabello per sedersi. E del succo di frutta. Impeccabile.
L'articolo dice che era conosciuto come una persona meticolosa e puntuale. La polizia ha trovato la casa ordinatissima, ordinata in modo "quasi maniacale", c'è scritto.
Chi lo conosceva non aveva sue notizie dal primo agosto, quando aveva annunciato la partenza per le vacanze e lasciato un falso recapito di un hotel.
Aveva pensato a tutto. Fingere di andare in vacanza in modo da avere tutto il tempo di costruire la cassa e architettare la sua morte nei minimi dettagli, avendo cura anche di riordinare l'appartamento e di lasciare un falso recapito telefonico dell'albergo a quelli che glielo avevano chiesto. Davvero, scegliere di morire e poi attuare il proposito in maniera così fredda e meticolosa è qualcosa che mi sconcerta. Mi fa star male.
Me lo immagino: la classica persona di mezza età, un pò di calvizie precoce, occhiali con una montatura spessa. Andava a fare la spesa ogni giorno, sempre alla stessa ora, nello stesso supermercato. Lo avranno conosciuto tutte le cassiere e tutti avranno pensato che era un tipo un pò strano ma in fondo innocuo. Il tipo di persona di cui ti dimentichi che esiste due secondi dopo che non l'hai più davanti agli occhi.
Forse tutto questo lo sentiva. Ne era soffocato. Forse si sentiva intrappolato da quello stereotipo di persona un pò strana ma tutto sommato innocua che il mondo gli aveva cucito addosso. O forse era un pervertito che in privato faceva cose indicibili. Forse. Non lo sapremo mai.
Con una perfezione metodica come la sua, avrebbe potuto essere un'ottimo ingegnere, un esperto del controllo di qualità, un progettista. Invece era solo perito elettronico. Imprigionato nella mediocrità di tutti i giorni. Di quest'uomo rimarrà la biancheria intima, che immagino bianchissima e tutta uguale, perfettamente stirata e piegata nei cassetti della camera da letto.
sabato 25 settembre 2004
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